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giovedì, 27 settembre 2007

Bad Guy (Kim Ki-Duk)

bad guy “Una struggente storia d'amore poeticamente scorretta... fra specchi rotti e foto strappate la nostra immagine è indefinita e ambiguaâ€

“Parlare del regista senza aver visto Bad Guy è come parlare di pasta senza aver mangiato gli spaghetti.â€

“un emblema del realismo spietato di kim ki-duk. travolgente.â€

“Lui sa già che lei gli appartiene e questo gli basta. Quando l’amore è un mistero, un patto segreto che solo i suoi protagonisti conosco.â€

[commenti a caso tratti da AsianWorld.it, mi scuso con gli autori se non chiedo il permesso]


Bad Guy è insostenibile groviglio di sensi e nervi e battiti, impulso carnale viscerale passionale vitale che sgorga da ogni nostro senso a manifestare una natura (quella umana) assurdamente molteplice e tendenzialmente incomprensibile, incompresa perché artificialmente inquadrata in stereotipi accomodanti, che ti vogliono dire chi siamo, cos’è l’uomo, ti vogliono spiegare cosa sei senza saperlo nemmeno per niente. Inevitabilmente accade che Bad Guy, che qualcosa di quell’essere incomprensibile chiamato uomo l’ha capita, Bad Guy tu non lo capisci, ti rivolta dentro, ti lascia stupefatto e forse incazzato, terrorizzato e certamente – anche solo per un attimo – atterrito e schifato, ad un passo dal baratro; Bad Guy ti stravolge e se non sei in grado di comprenderlo, di assimilarlo, di razionalizzarlo e accettarlo, forse non è nemmeno colpa tua. Vorrei essere aborigeno, o comunque comprendere la cultura di una qualunque società etnografica, per vedere se lì, tra chi vive seminudo tutto l’anno e non c’ha il cellulare in tasca, per vedere se lì Bad Guy lo capiscono, lo accettano, senza provare resistenze nelle viscere.

Bad Guy è uno dei film più sferzanti e dolorosamente vividi che il cinema moderno abbia mai prodotto. Kim Ki-Duk è un genio, ma non devo certo dirlo io. Quel che posso fare è restare ammaliato non già dall’immenso valore di senso di questo film, che invece mi sconquassa, ma dalla sua forma sublime e perfetta. Capolavoro di forma e di concetto, che raggiunge l’apice – vetta poetica dolorosamente magnifica – mostrando come l’attrazione/bisogno/ineluttabilità magnetica biologica sentimentale umana si fonde con l’odio viscerale/repulsione animalmente accecante in un tutto incomprensibile e assurdamente violento, irrinunciabile, nella forza assoluta di un contatto tanto forzato (da una parte) quanto immensamente e ardentemente voluto (dall’altra): un contatto umano, un crash umano (per citare il prossimo film di cui scriverò) reso visivamente in maniera tanto semplice quanto a prima vista, o comunque per molti, difficile da accettare. Crash umano ove riecheggia il crash! di quel vetro e quei frammenti di fotografia infranti, ma che ora paiono tornare miracolosamente insieme. Crash umano che è ben più di un semplice contatto, ma rivela le ragioni recondite e invincibili di un patto segreto nato tra due semplicissimi esseri umani. Patto che si chiarisce meglio, forse, in quel finale così poeticamente spiazzante. E quel puntino rosso, lì in mezzo, a rappresentare chissà cosa.

Perdonate le parole di burro (altamente inefficaci e sbilenche) in stile Ghezzi dei poveri, perdonate se di tutto questo non avete capito niente. Bad Guy va vissuto, va capito e accettato, nei limiti di quel che il nostro sistema culturale e i nostri pregiudizi morali e antropologici consentono. Non ha proprio senso scriverne, perlomeno non ne ha per me, perché non ci riesco.

Vedetevi Bad Guy, se ancora non l’avete visto, gioite di questa splendida forma d’arte.
postato da: federicores alle ore 20:49 | link | commenti
categorie: cinema asia
venerdì, 10 agosto 2007

La città proibita (2007 Zhang Yimou, Cina)

citta

Ed ecco l’ideale chiusura di un’altrettanto ideale trilogia, fondata sui canoni del wuxia e su una ricerca estetica/stilistica che la gente cattiva direbbe fine a se stessa. Dopo l’ottimo Hero, la discreta Foresta dei pugnali volanti, Yimou pare giungere ad un punto di arrivo – o di partenza – in cui la centralità delle danze marziali cede il passo ad un quasi-recupero di alcuni dei tratti della passata produzione del regista, quel cinema autoriale rappresentato da pellicole quali Lanterne Rosse e Ju Dou. La città proibita è come diviso in due parti, con la prima ora quasi del tutto priva di azione e incentrata sulle tragedie domestiche della famiglia imperiale, e la seconda che invece si affida magnificamente ai soliti stilemi dei wuxia. Ma se la seconda parte è godibile ed esaltante – trovo che le coreografie dei combattimenti siano ancora più riuscite e stilose che nei “prequel†– la prima sfianca per piattezza registica e ripetitività della sceneggiatura. E lo spettatore s’intristisce.

Gong Li è la regina incestuosa avvelenata giorno dopo giorno dall’Imperatore. Gong Li è bella, Gong Li è brava. Gong Li è insopportabile, perché in questo film non fa che piangere/gemere/inghiottire/spaccare qualcosa. Per un’ora, il suo personaggio è il focus di una pellicola davvero poco interessante, che ha nella bellezza delle scenografie unico motivo di redenzione. No, anche nel primo combattimento tra l’imbolsito Yun-Fat Chow e il principe erede al trono, c’è del buono. Per il resto, flashforward a circa metà film.

È lì che Yimou torna al wuxia, agli improbabili duelli aerei, ai samurai che con un colpo di lancia abbattono centinaia di uomini. Tra trovate vecchie e nuove, mi ha particolarmente colpito l’attacco notturno all’abitazione del medico di corte, con quei ninja appena più scuri della notte che calano come ragni verso vittime colte alla sprovvista, ma non certo indifese. Parallelamente, a ritmo di morti ammazzati e sciabolate volanti, ha tempo di consumarsi violentissima la tragedia familiare imbastita nella prima ora di film, in un crescendo di violenza, tradimenti e incesti incrociati che culmina nel più tragico degli epiloghi, in piena tradizione scespiriana.

Una cosa, che risalta su tutto: quel giallo onnipresente, ossessionante, dalle pareti d’oro ai gioielli tra i capelli delle donne fino all’infinito tappeto di fiori. Quel giallo che solo al culmine della battaglia è finalmente cancellato da un lago rosso sangue, anche se solo per poco. Vedo dello stile affogato nel pacchiano, vedo un uso del colore esasperato e inutile, incapace di rendere veramente belli gli scorci di questo film, come accadeva invece (magnificamente) in Hero.

La città proibita è un film quasi ibrido e molto lontano dalla perfezione. Sicuramente sono felice di averlo visto, sicuramente lo consiglierei, ma senza dubbio sta qualche gradino sotto a Hero e La foresta. Augh.
postato da: federicores alle ore 18:19 | link | commenti
categorie: cinema asia
martedì, 24 luglio 2007

Welcome to Dongmakgol (Park Gwang-hyun, 2005, Corea del Sud)

dong

L’intuito a volte fa cilecca, altre ci azzecca. Non so se ho appena citato/coniato uno stupido motto popolare, però so che nel caso di Welcome to Dongmakgolil mio intuito nerd cine-filo-coreano c’ha beccato in pieno.

Welcome è un film semplice e bellissimo. O semplicissimamente bello, anche se quest’ultima espressione mi pare riduttiva. Opera prima dell’esordiente Park Gwang-hyun (presentata al Far East Festival 8 di Udine), Welcome favella di avventure milito/rurali e di follie gioiose/incaute, dipinge la vita nella sua follia benefica e splendida da una parte e spietata orribile dall’altra. Più semplicemente, Welcome racconta la guerra di Corea dalla prospettiva di un drappello di soldati appartenenti alle due opposte fazioni, che si ritrovano a condividere un atipicissimo soggiorno presso il villaggio agropastorale di Dongmakgol. Tutto quello che viene dopo, è un vorticare irresistibile di diffidenza, amicizia, ironia, amore, tutto quanto possa sbocciare nel cuore di persone strappate alla follia sanguigna della guerra e gettate nel mezzo di un idillio tanto assurdo quanto incantevole. Persone che un minuto prima volevano farsi la pelle e quello dopo si nutrono di vicendevoli stima e affetto. Persone che avevano l’unica loro forza nella minaccia delle armi sfoderano la potenza della solidarietà umana. Ma anche cose: cose che trasformano una granata innescata in una pioggia di candidi pop corn; cose che mutano la minaccia di un cincghiobestione dispettoso in un succulento convito edificante.

Welcome to Dongmakgol è anche un film colmo d’ironia, che infonde forza miracolosa alla storia e ai suoi significati, comunque universali, cristallini, inevitabilmente struggenti. Come inevitabilmente struggente è il flashback finale, splendido ritratto formale della poetica di questa cinematografia e un rimando a posteriori alla splendida apertura del film: Gang Hye-jung, l’incantevole e bravissima Mido di Oldboy, nei panni della matta(rella) Yeo-il, col suo faccino delizioso e il suo mondo affogato nei sentimenti più dolci. Yeo-il protagonista di una delle scene più toccanti del film, dove per salvarla da una minaccia concreta (che lei non comprende) le si rinfaccia la sua follia. Un gesto che resta per lei senza alcun significato, se non l’unico e doloroso che può comprendere.

Yeo-il, che non solo è un personaggio memorabile ma incarna il senso più intimo di questo grande film. Che la vita sia folle, non è una novità. Che la follia della vita combatta tra la sua parte ripugnante (la guerra) e il suo lato gioioso (Dongmakgol e Yeo-il stessa), in qualche modo già lo si sapeva. Quello che colpisce, è come Park Gwang-hyun racconta l’esito di questa lotta immemore: con la sensibilità e il tocco di un grande cineasta.


dongmakgol
postato da: federicores alle ore 22:15 | link | commenti
categorie: cinema asia
mercoledì, 18 luglio 2007

A Bittersweet Life (Dalkomhan insaeng, 2005, Kim Jee-woon, Corea del sud)

bsl

A bittersweet Life è la yakuzastoria di Sun-woo e quella di un amante di cinema coreano che si trova a vedere l’ultimo film del regista di A Tale of Two Sisters senza conoscere le prove precedenti ma smanioso di farlo al più presto. Puff. È la storia, guardando più nel particolare, di uno che ha inalato e bevuto e divorato l’enorme talento di Kim Jee-woon così tanto da fagocitarlo ed iscriverlo nel proprio DNA: uso della camera, intrecci di trama, primi piani sontuosi, il gioco del nulla-è-come sembra, e fino-alla-fine-puoi-provare-a-capire-ma-sono-solo-seghe-mentali-te-lo-devi far-spiegare-dal-film-che-la-sa-molto-più-lunga-di-te.

Un fanboysmo, forse, ma sincero. Ammirazione non estremista, mi auguro, perché Bittersweet Life NON è un grande film e non vorrei che tale conclusione fosse dettata da fettoni di parmacotto griffati, appunto, fan boy. In sintesi, avendo amato Two Sisters ed essendo Bittersweet così drammaticamente distante per forma e contenuto dal mio pupillo, potrei non essere stato in grado di comprendere.

Ma a tutto ciò non posso porre rimedio, se non sfogando stupide velleità da blogger con queste righe. Vediamo cosa credo di aver capito.

Bittersweet Life è una yakuzastoria (prego sostituire “yakuza†con denominazione originale di mafia coreana) è una yakuzastoria con dei personaggi chiave che tramite azioni chiave scandiscono il ritmo di sequenze chiave. Lo schema basico della narrazione, ma la cosa interessante è che qui NESSUN personaggio chiave ha il carisma di un PERSONAGGIO CHIAVE, POCHISSIME azioni chiave soddisfano le aspettative connesse al loro ruolo, ANCORA MENO sequenze chiave fanno ciò che le sequenze chiave devono fare, cioè EMOZIONARE.

Mi si racconta di un super figo (o super fighetto) Sun-woo e del suo rapporto di fedeltà/conflittualità con uno spietato boss mafioso. Mi si racconta di un super figo ma ancora capace di sentimenti e del suo rapporto con una dolce suonatrice di violoncello (non ne rilevo il ruolo nel racconto per evitare spoiler). Mi si racconta di un errore da mafioso punito con spietata ma regolamenta (dal codice dei mafiosi) irriconoscenza. Infine mi si racconta di una vendetta che vorrebbe essere catartica ma manca il bersaglio nei momenti salienti, si tira per le lunghe e stroppia in un finale che – giuro – mi domandavo quando veramente sarebbe finito.

E poi, grazia divina, quando quel finale finisce arriva quello vero, quello che ricongiunge le fila di una una trama solo abbozzata, quello che formalmente riempie gli occhi e la coscienza come un’implosione orgasmatica lenta e suadente, quello che impeccabilmente ritrae in poche immagini la potenza visiva dell’immaginario di questa fantastica cinematografia… e, be’, a quel punto il film finisce.

Tutto qui, davvero. Un bellissimo finale che non può fare granché, se non rilevare con più enfasi quanto l’intero sviluppo della trama sia superficiale e assai poco magnetico.

Ma resta anche, a voler essere sinceri, la grande regia – citazionista più che visionaria, manierista più che intuitiva – e la irreprensibile qualità tecnica. Senza contare alcune belle scene d’azione, impeccabili nella messa in scena (anche se, come già detto, incapaci di coinvolgere davvero).

Ecco, questo è quello che credo di aver capito di Bittersweet Life. Lo vedo come un film che non rende un briciolo di giustizia al talento di Kim Jee-woon. Ma anche, potrebbe ritrarre fedelmente un regista da me sopravvalutato sulla base di un solo magnifico film (che magari gli è venuto così, di culo, dopo un’endovena di smarties).

Vado a guardarmi gli altri suoi film…
postato da: federicores alle ore 17:42 | link | commenti
categorie: cinema asia
sabato, 07 luglio 2007

I'm a cyborg but that's ok (Park Chan-wook, 2006 Corea del sud)

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Fate finta che quello che sto per dire sia fantastico, meraviglioso, originalissimo e geniale, ma anche dolcissimo e delicato, e al tempo stesso forte come una montagna e profumato come un campo di fiori e caldo come il corpo della persona amata e dolce come il conforto che quest’ultima sa dare, con la sua semplice e assoluta presenza. Fate finta che le parole siano gocce di un sole che scalda o lacrime calde di beatitudine. Fate finta che siano quel magone che stringe e si scioglie, dentro la testa e il corpo, ogni volta che qualcosa ci tocca dentro per risvegliare quel groviglio di commozione, compassione e felicità delle cose fantastiche. Fate finta che siano parole d’amore sghembe, eleganti in un modo diverso, fate finta che siano un linguaggio cristallino ma incomprensibile ai più. Fate finta che siano i corpi e gli occhi e le mani a parlare senza bisogno di mezza sillaba ma solo, forse, qualche sospiro. Fate finta che siano il tremare del dolore che non vuole cedere al sollievo, la privazione che si ostina a fuggire l’appagamento, un modo altro per dire qualcosa di così universale e così dimenticato.

Immaginate che queste parole siano tutto ciò, e avrete forse la possibilità di leggere qualcosa che, davvero, sia all’altezza di questo piccolo, semplice, miracolo.

I’m a cyborg but that’s ok (Saibogujiman kwenchana, 2006) è l’ultimo film di Park Chan Wook. Un talento straordinario, ma arrivo tardi per dirlo. Mi resta solo da riflettere un pochino su come questo film sia diverso dai precedenti, su come di vendetta e violenza si parli/veda poco e niente, su come abbia una struttura più semplice e un senso più cristallino, più universale se messo accanto a Old Boy e Lady Vendetta. E su quanto sia ugualmente splendido, si, anche questo posso dirlo.

I’m a cyborg è una storia di matti, di matti irresistibili che fanno cose irresistibili come rotolarsi in terra o ficcarsi dentro una pendola, rubarsi il giovedi e la gentilezza a vicenda, parlare con le luci al neon e la macchinetta del caffè, cantare e volare, giocare a ping pong e grattarsi le chiappe, toccarsi e amarsi… è la storia della stralunatissima Young-goon (la bella Su-jeong Lim, già Su-mi in A tale of two sisters) e della nevrosi che le fa credere di essere un cyborg da combattimento. È la storia di Park Il-sun, della sua capacità/paura di scomparire e abilità nel rubare i sentimenti e nel farne nascere di nuovi… I’m a cyborg è una storia di matti che comunicano nel linguaggio dei matti, è un film che quel linguaggio ce lo spiega, per filo e per segno, in barba ai camici bianchi che ancora non capiscono. È un film pregno di giocosa poesia, dai titoli di testa – dove il filo di tungsteno di due lampadine gemelle forma il nome degli attori protagonisti – fino al finale, dove fino all’ultimo la bocca è spalancata ed ebete tanto quanto quella di Il-sun. Dove alla fine, noi e lui, cogliamo le ultime rime nascoste con le lacrime agli occhi.

Cyborg that

Rain (Il-sun), Su-jeong Lim (Young-goon), Park Chan Wook (regista)
postato da: federicores alle ore 21:13 | link | commenti (2)
categorie: cinema asia