A bittersweet Life è la yakuzastoria di Sun-woo e quella di un amante di cinema coreano che si trova a vedere l’ultimo film del regista di
A Tale of Two Sisters senza conoscere le prove precedenti ma smanioso di farlo al più presto. Puff. È la storia, guardando più nel particolare, di uno che ha inalato e bevuto e divorato l’enorme talento di Kim Jee-woon così tanto da fagocitarlo ed iscriverlo nel proprio DNA: uso della camera, intrecci di trama, primi piani sontuosi, il gioco del nulla-è-come sembra, e fino-alla-fine-puoi-provare-a-capire-ma-sono-solo-seghe-mentali-te-lo-devi far-spiegare-dal-film-che-la-sa-molto-più-lunga-di-te.
Un fanboysmo, forse, ma sincero. Ammirazione non estremista, mi auguro, perché
Bittersweet Life NON è un grande film e non vorrei che tale conclusione fosse dettata da fettoni di parmacotto griffati, appunto, fan boy. In sintesi, avendo amato
Two Sisters ed essendo Bittersweet così drammaticamente distante per forma e contenuto dal mio pupillo, potrei non essere stato in grado di comprendere.
Ma a tutto ciò non posso porre rimedio, se non sfogando stupide velleità da blogger con queste righe. Vediamo cosa credo di aver capito.
Bittersweet Life è una yakuzastoria (prego sostituire “yakuza†con denominazione originale di mafia coreana) è una yakuzastoria con dei personaggi chiave che tramite azioni chiave scandiscono il ritmo di sequenze chiave. Lo schema basico della narrazione, ma la cosa interessante è che qui NESSUN personaggio chiave ha il carisma di un PERSONAGGIO CHIAVE, POCHISSIME azioni chiave soddisfano le aspettative connesse al loro ruolo, ANCORA MENO sequenze chiave fanno ciò che le sequenze chiave devono fare, cioè EMOZIONARE.
Mi si racconta di un super figo (o super fighetto) Sun-woo e del suo rapporto di fedeltà /conflittualità con uno spietato boss mafioso. Mi si racconta di un super figo ma ancora capace di sentimenti e del suo rapporto con una dolce suonatrice di violoncello (non ne rilevo il ruolo nel racconto per evitare spoiler). Mi si racconta di un errore da mafioso punito con spietata ma regolamenta (dal codice dei mafiosi) irriconoscenza. Infine mi si racconta di una vendetta che vorrebbe essere catartica ma manca il bersaglio nei momenti salienti, si tira per le lunghe e stroppia in un finale che – giuro – mi domandavo quando veramente sarebbe
finito.
E poi, grazia divina, quando quel finale
finisce arriva
quello vero, quello che ricongiunge le fila di una una trama solo abbozzata, quello che formalmente riempie gli occhi e la coscienza come un’implosione orgasmatica lenta e suadente, quello che impeccabilmente ritrae in poche immagini la potenza visiva dell’immaginario di questa fantastica cinematografia… e, be’, a quel punto il film finisce.
Tutto qui, davvero. Un bellissimo finale che non può fare granché, se non rilevare con più enfasi quanto l’intero sviluppo della trama sia superficiale e assai poco magnetico.
Ma resta anche, a voler essere sinceri, la grande regia – citazionista più che visionaria, manierista più che intuitiva – e la irreprensibile qualità tecnica. Senza contare alcune belle scene d’azione, impeccabili nella messa in scena (anche se, come già detto, incapaci di coinvolgere davvero).
Ecco, questo è quello che credo di aver capito di
Bittersweet Life. Lo vedo come un film che non rende un briciolo di giustizia al talento di Kim Jee-woon. Ma anche, potrebbe ritrarre fedelmente un regista da me sopravvalutato sulla base di un solo magnifico film (che magari gli è venuto così, di culo, dopo un’endovena di smarties).
Vado a guardarmi gli altri suoi film…