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mercoledì, 15 agosto 2007

La guerra dei mondi (2005, Spielberg, USA)

warworlds

Secondo recupero splielberghiano, questa volta con la cautela – ma non il pregiudizio – indotto dall’accoglienza tutt’altro che ardente riservata a questo film da critica e pubblico. In sintesi, mi aspettavo un obbrobrio: Spielberg standard svogliato e inutile. E invece.

E invece La guerra dei mondi m’è piaciuto, e non poco. E m’è piaciuto non solo per le tante scene d’azione e per la loro messa in scena molto meno hollywoodiana, meno propensa al facile spettacolone ma più fresca, tagliente, tesa a rendere la minaccia aliena il più possibile ineluttabile e spaventosa. M’è piaciuto non solo perché qualche faccia un pochino espressiva a Tom Cruise gliela ho vista, o intravista, durante le scene più ricche di patos (almeno, quelle che tali dovevano essere nelle intenzioni di regista/sceneggiatore). M’è piaciuto, soprattutto, perché mai avrei creduto di assistere ad un film di Spielberg teso a tratteggiare con insospettabile cinismo e senza espiazione il viaggio di un uomo alla ricerca di rivalsa per la sua vita sbandata e irresponsabile. Viaggio che pare finire nel migliore dei modi, ma basta uno sguardo alle spalle per ritrovare quell’immoralità viscerale, quello scavalcamento dell’etica che trasformano Ray prima in un bastardo, poi in un cinico approfittatore, infine in un lucidissimo assassino.

E voltando di nuovo lo sguardo verso quel finale, si coglie in un solo sguardo il concetto di “happy ending” sgretolato dalla regia di Spielberg, dall’espressività – per una volta all’altezza! – di Cruise, dalla fotografia malinconicamente cinica (ossimoro?) della scena finale. No, quello de La guerra dei mondi è tutt’altro che un happy ending. È l’opposto, la conclusione di un percorso di rivalsa che non giunge da nessuna parte, se non presso un totale e ferocissimo fallimento interiore, nonostante “tecnicamente” il compito di Ray sembra portato a termine. Il fatto che il tutto sia così ovvio e che in pochi l’abbiano colto, dimostra come lo zio Steven, quando ha voglia, quel grande talento di cui è in possesso lo riesce ad usare al meglio.

Sulla lista dei difetti, non posso non rilevare quanto il regista americano abbia perso, secondo me, la capacità di suscitare vera e propria tensione nelle scene più ansiogene. Mi riferisco, ovviamente, al tentacolone e ai topoloni alieni che sniffano i piedini di Cruise e figlia nella cantina del guidatore di ambulanze fuori di testa. È davvero tutto troppo prevedibile, troppo canonizzato, troppo poco in grado di uscire dagli schemi per riuscire davvero a tendere i nervi. Non credo sia solo un problema di sceneggiatura, ma anche e soprattutto di linguaggio cinematografico, ormai davvero sterile in questo senso.

C’è del buono invece, ripeto, nel taglio meno hollywoodiano delle scene d’azione. Spielberg si permette pure un bel piano sequenza di tre minuti con la camera che gira intorno all’auto di Ray lanciata in fuga a 60 chilometri all’ora: stupore, e il sospetto che anche il vecchio Steve negli ultimi tempi abbia sbirciato qualche film coreano…

Munich is the next one.
postato da: federicores alle ore 22:52 | link | commenti
categorie: cinema usa

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