Ed ecco l’ideale chiusura di un’altrettanto ideale trilogia, fondata sui canoni del wuxia e su una ricerca estetica/stilistica che la gente cattiva direbbe fine a se stessa. Dopo l’ottimo
Hero, la discreta
Foresta dei pugnali volanti, Yimou pare giungere ad un punto di arrivo – o di partenza – in cui la centralità delle danze marziali cede il passo ad un quasi-recupero di alcuni dei tratti della passata produzione del regista, quel cinema autoriale rappresentato da pellicole quali
Lanterne Rosse e
Ju Dou.
La città proibita è come diviso in due parti, con la prima ora quasi del tutto priva di azione e incentrata sulle tragedie domestiche della famiglia imperiale, e la seconda che invece si affida magnificamente ai soliti stilemi dei wuxia. Ma se la seconda parte è godibile ed esaltante – trovo che le coreografie dei combattimenti siano ancora più riuscite e stilose che nei “prequel” – la prima sfianca per piattezza registica e ripetitività della sceneggiatura. E lo spettatore s’intristisce.
Gong Li è la regina incestuosa avvelenata giorno dopo giorno dall’Imperatore. Gong Li è bella, Gong Li è brava. Gong Li è insopportabile, perché in questo film non fa che piangere/gemere/inghiottire/spaccare qualcosa. Per un’ora, il suo personaggio è il focus di una pellicola davvero poco interessante, che ha nella bellezza delle scenografie unico motivo di redenzione. No, anche nel primo combattimento tra l’imbolsito Yun-Fat Chow e il principe erede al trono, c’è del buono. Per il resto, flashforward a circa metà film.
È lì che Yimou torna al wuxia, agli improbabili duelli aerei, ai samurai che con un colpo di lancia abbattono centinaia di uomini. Tra trovate vecchie e nuove, mi ha particolarmente colpito l’attacco notturno all’abitazione del medico di corte, con quei ninja appena più scuri della notte che calano come ragni verso vittime colte alla sprovvista, ma non certo indifese. Parallelamente, a ritmo di morti ammazzati e sciabolate volanti, ha tempo di consumarsi violentissima la tragedia familiare imbastita nella prima ora di film, in un crescendo di violenza, tradimenti e incesti incrociati che culmina nel più tragico degli epiloghi, in piena tradizione scespiriana.
Una cosa, che risalta su tutto: quel giallo onnipresente, ossessionante, dalle pareti d’oro ai gioielli tra i capelli delle donne fino all’infinito tappeto di fiori. Quel giallo che solo al culmine della battaglia è finalmente cancellato da un lago rosso sangue, anche se solo per poco. Vedo dello stile affogato nel pacchiano, vedo un uso del colore esasperato e inutile, incapace di rendere veramente belli gli scorci di questo film, come accadeva invece (magnificamente) in
Hero.
La città proibita è un film quasi ibrido e molto lontano dalla perfezione. Sicuramente sono felice di averlo visto, sicuramente lo consiglierei, ma senza dubbio sta qualche gradino sotto a
Hero e
La foresta. Augh.