Primo estratto della mia personalissima operazione “recupero Splielberg”, Salvate il Soldato Ryan è un film del 1998 che tutti conoscono, ma che volontariamente avevo evitato. Molto semplicemente, il regista americano era il mio idolo quando ancora non dovevo farmi la barba, ha cominciato ad annoiarmi coi primi peli sul labbro superiore per restarmi definitivamente sullo stomaco con il bruttissimo
The Lost World. Odio la ricerca dello spettacolo insita nell’hollywoodianità pesante di quasi tutti i suoi film. Odio la sua incapacità a trattare argomenti un pochino seri senza distorcere il tutto dal suo occhio convinto di incarnare la Verità. Odio la sua totale inettitudine allorquando tenta di raccontare i sentimenti, siano essi positivi o negativi. Odio il suo cinema-spettacolo terribilmente vecchio e photoshoppato.
Scindler’s List lo apprezzai, ma andavo alle medie.
Ebbene,
Salvate il Soldato Ryan è un gran bel film. Primo estratto, dicevo, tra la manciata di pellicole spielberghiane che negli anni mi sono rifiutato di vedere, e che ora ho deciso di recuperare (toccherà poi a
Munich,
Amistad,
The Terminal e
La Guerra dei Mondi). Primo recupero andato a buon fine, se non altro perché m’ha ricordato le capacità “tecniche” che a Spielberg vanno senza dubbio riconosciute, e che in effetti avevo scelto di dimenticare. La tendenza a spettacolarizzare tutto lo spettacolarizzabile c’è anche qui, ma in maniera senza dubbio contenuta e in qualche modo trasformata in una marcia in più. In poche parole, la rappresentazione delle scene di battaglia (fortunatamente il novanta per cento del film) è eccezionale e lo è ancora oggi, a distanza di quasi dieci anni e nonostante
Black Hawk Down. Là era guerra moderna e urbana, qui è guerra di trincea priva di RPG e di tracciatori tecnologici, ma davvero non saprei indicare la pellicola che meglio riesce nel proprio intento di mostrare cosa sia davvero l’inferno. Da questo punto di vista trovo che i due film siano assolutamente alla pari.
Per quanto riguarda il resto… un po’ continuo ad odiarlo. Le (poche per fortuna) sequenze più intimiste tentano di coinvolgere e toccare mancando il bersaglio di qualche chilometro. L’introduzione e il finale sono abbastanza flaccidi e ridicoli, ma vabbè. Le “confessioni” del capitano Miller (il solito Tom Hanks) e degli altri soldati sono quanto di più noioso e posticcio potessi immaginarmi, servono giusto a calmare l’adrenalina prima delle nuove – e fantastiche – “fasi di attacco”.
Ultima nota per il finale: ok, tutti abbiamo colto la critica al patriottismo stucchevole USA, con quella bandiera americana dai colori sbiaditi che prima della dissolvenza finisce pure fuori inquadratura. Ma che senso aveva? Che utilità può avere appiccicare un significato simile (peraltro veicolato da un simbolismo davvero logoro) ad un film che ha ben altre priorità, e in due ore e mezza lo dimostra chiaramente? Si potrebbe muovere la stessa critica al già citato
Black Hawk Down, ma il film di Scott non fa che fregiarsi di una coda “psichedelica” – bellissima da vedere al contrario della bandiera di Spielberg – che sta lì solo come quiete dopo la tempesta, ben lontana da qualsiasi inutile senso simbolico.
Sorvolo sui alti negativi (comunque davvero poco rilevanti) e infilo questo film tra quelli DA VEDERE ALMENO UNA VOLTA. E forse anche due.