L’intuito a volte fa cilecca, altre ci azzecca. Non so se ho appena citato/coniato uno stupido motto popolare, però so che nel caso di
Welcome to Dongmakgolil mio intuito nerd cine-filo-coreano c’ha beccato in pieno.
Welcome è un film semplice e bellissimo. O semplicissimamente bello, anche se quest’ultima espressione mi pare riduttiva. Opera prima dell’esordiente Park Gwang-hyun (presentata al Far East Festival 8 di Udine),
Welcome favella di avventure milito/rurali e di follie gioiose/incaute, dipinge la vita nella sua follia benefica e splendida da una parte e spietata orribile dall’altra. Più semplicemente,
Welcome racconta la guerra di Corea dalla prospettiva di un drappello di soldati appartenenti alle due opposte fazioni, che si ritrovano a condividere un atipicissimo soggiorno presso il villaggio agropastorale di Dongmakgol. Tutto quello che viene dopo, è un vorticare irresistibile di diffidenza, amicizia, ironia, amore, tutto quanto possa sbocciare nel cuore di persone strappate alla follia sanguigna della guerra e gettate nel mezzo di un idillio tanto assurdo quanto incantevole. Persone che un minuto prima volevano farsi la pelle e quello dopo si nutrono di vicendevoli stima e affetto. Persone che avevano l’unica loro forza nella minaccia delle armi sfoderano la potenza della solidarietà umana. Ma anche cose: cose che trasformano una granata innescata in una pioggia di candidi pop corn; cose che mutano la minaccia di un cincghiobestione dispettoso in un succulento convito edificante.
Welcome to Dongmakgol è anche un film colmo d’ironia, che infonde forza miracolosa alla storia e ai suoi significati, comunque universali, cristallini, inevitabilmente struggenti. Come inevitabilmente struggente è il flashback finale, splendido ritratto formale della poetica di questa cinematografia e un rimando a posteriori alla splendida apertura del film: Gang Hye-jung, l’incantevole e bravissima Mido di
Oldboy, nei panni della matta(rella) Yeo-il, col suo faccino delizioso e il suo mondo affogato nei sentimenti più dolci. Yeo-il protagonista di una delle scene più toccanti del film, dove per salvarla da una minaccia concreta (che lei non comprende) le si rinfaccia la sua follia. Un gesto che resta per lei senza alcun significato, se non l’unico e doloroso che può comprendere.
Yeo-il, che non solo è un personaggio memorabile ma incarna il senso più intimo di questo grande film. Che la vita sia folle, non è una novità. Che la follia della vita combatta tra la sua parte ripugnante (la guerra) e il suo lato gioioso (Dongmakgol e Yeo-il stessa), in qualche modo già lo si sapeva. Quello che colpisce, è come Park Gwang-hyun racconta l’esito di questa lotta immemore: con la sensibilità e il tocco di un grande cineasta.