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domenica, 28 ottobre 2007

RESIDENT EVIL Extinction (USA, 2007,Russell Mulcahy)

re extinction Ne scrissi tempo fa. Dissi che mi faceva sbavare l’ambientazione, mi attizzavano i corvi e le scene d’azione sembravano belle. Ora scopro che l’ha diretto quello di Higlander. Uno che probabilmente nemmeno esiste, che si fa finta sia al cesso quando c’è da girare e si comincia sempre senza di lui. In sala montaggio poi forse c’era, forse no, chi si ricorda. Però la sceneggiatura, quel videoclip ricavato da un confuso rimestamento della timeline originale della saga videogiochica + protagonista extra&cazzuta + setting rubato a Mad Max + classico open ending che prelude a probabilissimo seguito (visto che anche questo episodio ha ‘venduto’ bene), la sceneggiatura, dico, quella è sempre del signor Anderson. Il tizio che ha diretto il primo film, per capirci, l’episodio che solitamente prende tre palline mentre gli altri arrivano a una (talvolta e mezzo). Ok, che volevo dire con queste info tecniche mascherate da preambolo? Volevo dire che mi aspettavo un film divertente e un film divertente ho trovato. Ecco.

Ecco, io sono nerd, fanboy della saga e da un certo punto di vista posso non capire nulla di cinema, però Extinction mi ha fatto tutt’altro che schifo, come invece a tanta altra gente che professa la soggettività dei giudizi salvo poi vomitare decine di post in cui rompe le palle a chiunque non sia d’accordo con la sua visione del mondo. Ecco, Extinction è meno bellino di come lo immaginavo ma ha pure i suoi bei momenti. E più che altro, è un prodotto al quale ha senso guardare come si guarda al wrestling in tv, o al tendone del circo: un puro e semplice spettacolo, fracassone e un po’ sbilenco, ma che diverte se preso al modo giusto. Se volessi analizzarlo come *film* ci sarebbe da ripulire il blog da spruzzi acidi di varia intensità e fragranza. Ma avrebbe senso?

Questo posso dire, che Extinction è più riuscito del diretto prequel come film, ma non è certo più divertente, e forse è pure meno rispettoso della saga di vg alla quale s’ispira. La storia non sembra andare granché avanti, dopo aver messo in scena la semi-estinzione del genere umano per tramite del virus T creato da Umbrella, se non nel finale dove si gettano le basi per un quarto capitolo che probabilmente – ripeto – arriverà fra un paio d’anni. Non vanno avanti nemmeno i personaggi, con un Carlos Oliveira che timbra il cartellino e va per la sua strada, una Claire Redfield che spunta dal nulla e al nulla ritorna (ma ce la ritroveremo nel sequel senza dubbio), e una Milla che spezza tutto quello che c’è da spezzare – compreso un Tyrant – per poi moltiplicarsi in migliaia di esemplari e far voto di spezzare anche quello che ha già spezzato. Che, nello specifico [SPOILER] si chiama Albert Wesker.

In mezzo a tutto ciò, abbiamo nell’ordine: un incipit GENIALE (in prospettiva metacinematografica, per chi ha visto il primo film), pagliuzza d’oro in un catino di sabbia; sabbia, appunto, che dona un ottimo look alla Mad Max e una coerenza visiva alla pellicola più che piacevole; alcune scene con cani/zombie che fanno unicamente peso; alcune scene con corvi/fuoco che decisamente spaccano. Pure qualche rallenty ad effetto, ma si vede che non era il loro campo…

Che devo dire, farà/ha fatto schifo a tutti ma per me è stato abbastanza divertente. Lo rivedrò senza dubbio, così come accaduto per il bistrattato prequel.
P.S. Fede LOVES Milla
postato da: federicores alle ore 18:45 | link | commenti (4)
categorie: cinema usa
giovedì, 27 settembre 2007

Bad Guy (Kim Ki-Duk)

bad guy “Una struggente storia d'amore poeticamente scorretta... fra specchi rotti e foto strappate la nostra immagine è indefinita e ambiguaâ€

“Parlare del regista senza aver visto Bad Guy è come parlare di pasta senza aver mangiato gli spaghetti.â€

“un emblema del realismo spietato di kim ki-duk. travolgente.â€

“Lui sa già che lei gli appartiene e questo gli basta. Quando l’amore è un mistero, un patto segreto che solo i suoi protagonisti conosco.â€

[commenti a caso tratti da AsianWorld.it, mi scuso con gli autori se non chiedo il permesso]


Bad Guy è insostenibile groviglio di sensi e nervi e battiti, impulso carnale viscerale passionale vitale che sgorga da ogni nostro senso a manifestare una natura (quella umana) assurdamente molteplice e tendenzialmente incomprensibile, incompresa perché artificialmente inquadrata in stereotipi accomodanti, che ti vogliono dire chi siamo, cos’è l’uomo, ti vogliono spiegare cosa sei senza saperlo nemmeno per niente. Inevitabilmente accade che Bad Guy, che qualcosa di quell’essere incomprensibile chiamato uomo l’ha capita, Bad Guy tu non lo capisci, ti rivolta dentro, ti lascia stupefatto e forse incazzato, terrorizzato e certamente – anche solo per un attimo – atterrito e schifato, ad un passo dal baratro; Bad Guy ti stravolge e se non sei in grado di comprenderlo, di assimilarlo, di razionalizzarlo e accettarlo, forse non è nemmeno colpa tua. Vorrei essere aborigeno, o comunque comprendere la cultura di una qualunque società etnografica, per vedere se lì, tra chi vive seminudo tutto l’anno e non c’ha il cellulare in tasca, per vedere se lì Bad Guy lo capiscono, lo accettano, senza provare resistenze nelle viscere.

Bad Guy è uno dei film più sferzanti e dolorosamente vividi che il cinema moderno abbia mai prodotto. Kim Ki-Duk è un genio, ma non devo certo dirlo io. Quel che posso fare è restare ammaliato non già dall’immenso valore di senso di questo film, che invece mi sconquassa, ma dalla sua forma sublime e perfetta. Capolavoro di forma e di concetto, che raggiunge l’apice – vetta poetica dolorosamente magnifica – mostrando come l’attrazione/bisogno/ineluttabilità magnetica biologica sentimentale umana si fonde con l’odio viscerale/repulsione animalmente accecante in un tutto incomprensibile e assurdamente violento, irrinunciabile, nella forza assoluta di un contatto tanto forzato (da una parte) quanto immensamente e ardentemente voluto (dall’altra): un contatto umano, un crash umano (per citare il prossimo film di cui scriverò) reso visivamente in maniera tanto semplice quanto a prima vista, o comunque per molti, difficile da accettare. Crash umano ove riecheggia il crash! di quel vetro e quei frammenti di fotografia infranti, ma che ora paiono tornare miracolosamente insieme. Crash umano che è ben più di un semplice contatto, ma rivela le ragioni recondite e invincibili di un patto segreto nato tra due semplicissimi esseri umani. Patto che si chiarisce meglio, forse, in quel finale così poeticamente spiazzante. E quel puntino rosso, lì in mezzo, a rappresentare chissà cosa.

Perdonate le parole di burro (altamente inefficaci e sbilenche) in stile Ghezzi dei poveri, perdonate se di tutto questo non avete capito niente. Bad Guy va vissuto, va capito e accettato, nei limiti di quel che il nostro sistema culturale e i nostri pregiudizi morali e antropologici consentono. Non ha proprio senso scriverne, perlomeno non ne ha per me, perché non ci riesco.

Vedetevi Bad Guy, se ancora non l’avete visto, gioite di questa splendida forma d’arte.
postato da: federicores alle ore 20:49 | link | commenti
categorie: cinema asia

BACK SOON

io simpsonIncredibile, due mesi che non scrivo un'acca ^_____^

Che ci stanno a fare i feed, direte voi (quei 2,3 gatti che leggono/leggevano questo blog). E avete ragione, mannaggia, avete ragione. Il fatto è che il 70% delle mie energie confluiscono al momento in studio/nuovo progetto top secret. Il restante 30% non ho voglia di usarlo. :)

Il nuovo progetto top secret si stopsecreterà a breve presso un luogo che ora è ancora top secret. A quel punto torno a bomba con i vaneggi cineblogghici +.

Domani ho un esame. Vado a rigiocarmi tutto God Hand. A presto :)
postato da: federicores alle ore 19:22 | link | commenti (2)
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mercoledì, 15 agosto 2007

La guerra dei mondi (2005, Spielberg, USA)

warworlds

Secondo recupero splielberghiano, questa volta con la cautela – ma non il pregiudizio – indotto dall’accoglienza tutt’altro che ardente riservata a questo film da critica e pubblico. In sintesi, mi aspettavo un obbrobrio: Spielberg standard svogliato e inutile. E invece.

E invece La guerra dei mondi m’è piaciuto, e non poco. E m’è piaciuto non solo per le tante scene d’azione e per la loro messa in scena molto meno hollywoodiana, meno propensa al facile spettacolone ma più fresca, tagliente, tesa a rendere la minaccia aliena il più possibile ineluttabile e spaventosa. M’è piaciuto non solo perché qualche faccia un pochino espressiva a Tom Cruise gliela ho vista, o intravista, durante le scene più ricche di patos (almeno, quelle che tali dovevano essere nelle intenzioni di regista/sceneggiatore). M’è piaciuto, soprattutto, perché mai avrei creduto di assistere ad un film di Spielberg teso a tratteggiare con insospettabile cinismo e senza espiazione il viaggio di un uomo alla ricerca di rivalsa per la sua vita sbandata e irresponsabile. Viaggio che pare finire nel migliore dei modi, ma basta uno sguardo alle spalle per ritrovare quell’immoralità viscerale, quello scavalcamento dell’etica che trasformano Ray prima in un bastardo, poi in un cinico approfittatore, infine in un lucidissimo assassino.

E voltando di nuovo lo sguardo verso quel finale, si coglie in un solo sguardo il concetto di “happy ending†sgretolato dalla regia di Spielberg, dall’espressività – per una volta all’altezza! – di Cruise, dalla fotografia malinconicamente cinica (ossimoro?) della scena finale. No, quello de La guerra dei mondi è tutt’altro che un happy ending. È l’opposto, la conclusione di un percorso di rivalsa che non giunge da nessuna parte, se non presso un totale e ferocissimo fallimento interiore, nonostante “tecnicamente†il compito di Ray sembra portato a termine. Il fatto che il tutto sia così ovvio e che in pochi l’abbiano colto, dimostra come lo zio Steven, quando ha voglia, quel grande talento di cui è in possesso lo riesce ad usare al meglio.

Sulla lista dei difetti, non posso non rilevare quanto il regista americano abbia perso, secondo me, la capacità di suscitare vera e propria tensione nelle scene più ansiogene. Mi riferisco, ovviamente, al tentacolone e ai topoloni alieni che sniffano i piedini di Cruise e figlia nella cantina del guidatore di ambulanze fuori di testa. È davvero tutto troppo prevedibile, troppo canonizzato, troppo poco in grado di uscire dagli schemi per riuscire davvero a tendere i nervi. Non credo sia solo un problema di sceneggiatura, ma anche e soprattutto di linguaggio cinematografico, ormai davvero sterile in questo senso.

C’è del buono invece, ripeto, nel taglio meno hollywoodiano delle scene d’azione. Spielberg si permette pure un bel piano sequenza di tre minuti con la camera che gira intorno all’auto di Ray lanciata in fuga a 60 chilometri all’ora: stupore, e il sospetto che anche il vecchio Steve negli ultimi tempi abbia sbirciato qualche film coreano…

Munich is the next one.
postato da: federicores alle ore 22:52 | link | commenti
categorie: cinema usa
venerdì, 10 agosto 2007

La città proibita (2007 Zhang Yimou, Cina)

citta

Ed ecco l’ideale chiusura di un’altrettanto ideale trilogia, fondata sui canoni del wuxia e su una ricerca estetica/stilistica che la gente cattiva direbbe fine a se stessa. Dopo l’ottimo Hero, la discreta Foresta dei pugnali volanti, Yimou pare giungere ad un punto di arrivo – o di partenza – in cui la centralità delle danze marziali cede il passo ad un quasi-recupero di alcuni dei tratti della passata produzione del regista, quel cinema autoriale rappresentato da pellicole quali Lanterne Rosse e Ju Dou. La città proibita è come diviso in due parti, con la prima ora quasi del tutto priva di azione e incentrata sulle tragedie domestiche della famiglia imperiale, e la seconda che invece si affida magnificamente ai soliti stilemi dei wuxia. Ma se la seconda parte è godibile ed esaltante – trovo che le coreografie dei combattimenti siano ancora più riuscite e stilose che nei “prequel†– la prima sfianca per piattezza registica e ripetitività della sceneggiatura. E lo spettatore s’intristisce.

Gong Li è la regina incestuosa avvelenata giorno dopo giorno dall’Imperatore. Gong Li è bella, Gong Li è brava. Gong Li è insopportabile, perché in questo film non fa che piangere/gemere/inghiottire/spaccare qualcosa. Per un’ora, il suo personaggio è il focus di una pellicola davvero poco interessante, che ha nella bellezza delle scenografie unico motivo di redenzione. No, anche nel primo combattimento tra l’imbolsito Yun-Fat Chow e il principe erede al trono, c’è del buono. Per il resto, flashforward a circa metà film.

È lì che Yimou torna al wuxia, agli improbabili duelli aerei, ai samurai che con un colpo di lancia abbattono centinaia di uomini. Tra trovate vecchie e nuove, mi ha particolarmente colpito l’attacco notturno all’abitazione del medico di corte, con quei ninja appena più scuri della notte che calano come ragni verso vittime colte alla sprovvista, ma non certo indifese. Parallelamente, a ritmo di morti ammazzati e sciabolate volanti, ha tempo di consumarsi violentissima la tragedia familiare imbastita nella prima ora di film, in un crescendo di violenza, tradimenti e incesti incrociati che culmina nel più tragico degli epiloghi, in piena tradizione scespiriana.

Una cosa, che risalta su tutto: quel giallo onnipresente, ossessionante, dalle pareti d’oro ai gioielli tra i capelli delle donne fino all’infinito tappeto di fiori. Quel giallo che solo al culmine della battaglia è finalmente cancellato da un lago rosso sangue, anche se solo per poco. Vedo dello stile affogato nel pacchiano, vedo un uso del colore esasperato e inutile, incapace di rendere veramente belli gli scorci di questo film, come accadeva invece (magnificamente) in Hero.

La città proibita è un film quasi ibrido e molto lontano dalla perfezione. Sicuramente sono felice di averlo visto, sicuramente lo consiglierei, ma senza dubbio sta qualche gradino sotto a Hero e La foresta. Augh.
postato da: federicores alle ore 18:19 | link | commenti
categorie: cinema asia
giovedì, 09 agosto 2007

Ultraviolet (2006, Wimmer, USA)

violet

Se un giorno dovesse capitarvi di vedere questo film, sappiate che Kurt Wimmer in realtà è molto bravo. Non andate a cercarlo per ucciderlo, non perseguitatelo tramite una fattucchiera. Perlomeno, dategli un’altra possibilità e recuperate Equilibrium. Anzi, lasciate perdere Ultraviolet e GUARDATEVI ASSOLUTAMENTE Equilibrium. Risparmierete un’ora e venti della vostra vita e avrete la possibilità di mutare un potenziale odio ribollente in sincera ammirazione e stima. E il mondo sarà migliore.

Settimana dei recuperi e questo film è finito nel calderone per tre motivi ben precisi (elenco in ordine di importanza): 1) C’è Milla 2) è fantascienza 3) è il secondo film di Kurt Wimmer, regista del portentoso e misconosciuto Equilibrium. Fate una cosa: recuperate Equilibrium e poi continuate a leggere…

Dopo che avrete recuperato e visto Equilibrium, leggerete in questo post che Ultraviolet un po’ è una merda ma per il resto fa schifo. Trama inconsistente, personaggi e luoghi bidimensionali, sceneggiatura fallata, scene d’azione in bilico tra il buono e il pessimo. Ma dopo che avrete recuperato Equilibrium e letto queste righe, sarete psicologicamente preparati a un commento più strutturato e meglio disposti nei confronti del buon Wimmer. Allora leggerete quanto segue.

Come dichiarato dalla sequenza dei titoli di testa, realizzata tramite tavole a colori in purissimo stile comic, Ultraviolet nasce dall’idea di trasporre in forma cinematografica una storia a fumetti, genere americano/supereroistico. Tutti i principali aspetti del film sono plasmati di conseguenza. Personaggi e trama sono di una superficialità estrema – ma non necessariamente banale; effetti speciali e aggeggi futuristici sono talmente improbabili da risultare accettabili solo nel mondo sci-fi di un fumetto USA; palazzi e strade e interni appaiono quasi bidimensionali, mentre i colori sono innaturalmente saturi e brillanti, con un viola/azzurro pastello a dominare un meno presente giallo/rosso e un bianco/celeste che resta sullo sfondo.

Questi gli unici aspetti che in qualche modo mi hanno colpito, sui quali val la pena spendere qualche parola. Per il resto, ci sarebbero alcune belle scene d’azione, ma non sono altro che una copia modesta di quanto già visto nel 2002 in Equilibrium. E ci sarebbe una serie di attori ignobili tra i quali si salva la bellissima Milla, che dimostra di essere pure brava quando le si lascia un po’ di spazio anche per recitare. Ho apprezzato il modo in cui ha reso la granitica determinatezza di Violet incrinata fino all’esasperazione e al pianto: 7 +!

In ultimo posso dire che perlomeno il film è breve e non ci si annoia. E che dovete recuperare Equilibrium. L’avevo già detto?
postato da: federicores alle ore 11:49 | link | commenti
categorie: cinema usa
mercoledì, 08 agosto 2007

Salvate il Soldato Ryan (1998, Spielberg, USA)

privateryan

Primo estratto della mia personalissima operazione “recupero Splielbergâ€, Salvate il Soldato Ryan è un film del 1998 che tutti conoscono, ma che volontariamente avevo evitato. Molto semplicemente, il regista americano era il mio idolo quando ancora non dovevo farmi la barba, ha cominciato ad annoiarmi coi primi peli sul labbro superiore per restarmi definitivamente sullo stomaco con il bruttissimo The Lost World. Odio la ricerca dello spettacolo insita nell’hollywoodianità pesante di quasi tutti i suoi film. Odio la sua incapacità a trattare argomenti un pochino seri senza distorcere il tutto dal suo occhio convinto di incarnare la Verità. Odio la sua totale inettitudine allorquando tenta di raccontare i sentimenti, siano essi positivi o negativi. Odio il suo cinema-spettacolo terribilmente vecchio e photoshoppato. Scindler’s List lo apprezzai, ma andavo alle medie.

Ebbene, Salvate il Soldato Ryan è un gran bel film. Primo estratto, dicevo, tra la manciata di pellicole spielberghiane che negli anni mi sono rifiutato di vedere, e che ora ho deciso di recuperare (toccherà poi a Munich, Amistad, The Terminal e La Guerra dei Mondi). Primo recupero andato a buon fine, se non altro perché m’ha ricordato le capacità “tecniche†che a Spielberg vanno senza dubbio riconosciute, e che in effetti avevo scelto di dimenticare. La tendenza a spettacolarizzare tutto lo spettacolarizzabile c’è anche qui, ma in maniera senza dubbio contenuta e in qualche modo trasformata in una marcia in più. In poche parole, la rappresentazione delle scene di battaglia (fortunatamente il novanta per cento del film) è eccezionale e lo è ancora oggi, a distanza di quasi dieci anni e nonostante Black Hawk Down. Là era guerra moderna e urbana, qui è guerra di trincea priva di RPG e di tracciatori tecnologici, ma davvero non saprei indicare la pellicola che meglio riesce nel proprio intento di mostrare cosa sia davvero l’inferno. Da questo punto di vista trovo che i due film siano assolutamente alla pari.

Per quanto riguarda il resto… un po’ continuo ad odiarlo. Le (poche per fortuna) sequenze più intimiste tentano di coinvolgere e toccare mancando il bersaglio di qualche chilometro. L’introduzione e il finale sono abbastanza flaccidi e ridicoli, ma vabbè. Le “confessioni†del capitano Miller (il solito Tom Hanks) e degli altri soldati sono quanto di più noioso e posticcio potessi immaginarmi, servono giusto a calmare l’adrenalina prima delle nuove – e fantastiche – “fasi di attaccoâ€.

Ultima nota per il finale: ok, tutti abbiamo colto la critica al patriottismo stucchevole USA, con quella bandiera americana dai colori sbiaditi che prima della dissolvenza finisce pure fuori inquadratura. Ma che senso aveva? Che utilità può avere appiccicare un significato simile (peraltro veicolato da un simbolismo davvero logoro) ad un film che ha ben altre priorità, e in due ore e mezza lo dimostra chiaramente? Si potrebbe muovere la stessa critica al già citato Black Hawk Down, ma il film di Scott non fa che fregiarsi di una coda “psichedelica†– bellissima da vedere al contrario della bandiera di Spielberg – che sta lì solo come quiete dopo la tempesta, ben lontana da qualsiasi inutile senso simbolico.

Sorvolo sui alti negativi (comunque davvero poco rilevanti) e infilo questo film tra quelli DA VEDERE ALMENO UNA VOLTA. E forse anche due.
postato da: federicores alle ore 16:37 | link | commenti (2)
categorie: cinema usa
lunedì, 06 agosto 2007

Grindhouse - A prova di morte (Tarantino, 2007, USA)

grind

“La mia auto è a prova di morte, ma per godere di tale privilegio dovresti sedere esattamente dove siedo ioâ€

Mi si permetta di citare la battuta migliore di questo Deathproof – solo metà del progetto originale Grindhouse di Tarantino/Rodriguez – e ritorcela contro il film stesso con plateale mossa judo. Uattà: Deathproof è a prova di criticoni ma per godere di tale privilegio dovremmo adagiare le chiappe amare sul seggiolino griffato “Tarantinoâ€. Credo significhi, più o meno, che se i vostri circuiti mentali non funzionano esattamente come quelli del regista tarantolato, ‘sto film vi farà abbastanza ca**re.

Già, più o meno. Deathproof è metacitazione, nel senso di citazione che cita se stessa e talvolta – spessissimo – capriola indietro autocitando ancora. DP è omaggio alle miriadi di discutibilissime pellicole a base di sesso/violenza/droga/pizzottella che il signor Quentin divorava da ragazzo, nelle cosiddette Grindhouse/infime sale. DP è un’ora e mezza di dialoghi non-sense spezzati/spazzati in un lampo dal più allucinante incidente automobilistico mai visto in un film. DP è figa e macchine truccate che si rincorrono sull’asfalto assolato degli Stati Uniti d’Ammerica.

DP è anche fenomenale ritratto di uno pseudo-psicopatico, dapprima colto nella maschera di ingenuità e affabilità quotidiane, poi nella reale natura di bestia efferata e perfidamente lucida, infine ridicolizzato in una perdita di sicurezza e potenza progressiva che sfocia nel patetico, nella sopraffazione festosa ad opera del gentil sesso che di lui si vendica. E il fatto che tale ritratto abbia le fattezze di un resuscitato e in gambissima Kurt Russel non fa che aumentare il piacere lordo ricavabile dalla visione della pellicola.

Allora perché ‘sto film dovrebbe farvi schifo, se non siete in sintonia con la visione che ha Tarantino del cinema? Ma perché in fondo sono tre quarti d’ora di chiacchiere inutili più tre quarti d’ora di adrenalina senza cervello. Personalmente ho apprezzato abbastanza la seconda parte (anche se non in modo eccessivo) e schifato in pari misura la prima. Secondo la mia personale visione delle cose, le chiacchiere al cinema hanno senso solo se reggono la scena, come nell’intro de Le Iene. Qui non la reggono manco per il piffero. Peccato.

C’è ovviamente da tener presente che Deathproof è solo la prima parte di un progetto di – mi auguro – maggior spessore. Una metà sradicata dal proprio contesto e proposta qui da noi come pellicola stand-alone, privata di tutti gli irresistibili intermezzi fake (i falsi trailer che punteggiano la pellicola originale, reperibili su Youtube) e forse annacquata con brandelli di conversazione extra per raggiungere l’ora e mezza standard.

Tutto considerato, Deathproof così male non è. Ma dal regista dei due Kill Bill io vojo deppiù, molto deppiù…
postato da: federicores alle ore 18:44 | link | commenti
categorie: cinema usa
mercoledì, 01 agosto 2007

Resident Evil: Exinction (21 settembre 2007- USA)

Milla

Il 21 settembre esce in USA il terzo e (per fortuna/purtroppo) conclusivo capitolo dell'adattamento cinematografico di Resident Evil. Da fan della serie videogiochica apprezzai moderatamente il primo e più gioiosamente il secondo (sebbene fosse una pellicola oggettivamente meno riuscita, ma più rocambolesca). Da nerdaccio quale sono attendo questo capitolo con trepidante trepidazione.


Il nuovo trailer, che potete vedere qui, stimola salivazione per svariati motivi:

1) Milla è dio, anche se già si sapeva (e la mise lame gemelle interno coscia al vento che sfoggia qui sopra fa troppo manga softcore-shonen); inoltre in questo film viene clonata in centinaia di esemplari: un sogno fetish di proporzioni brontosauriche;


2) Quella pupazza magnifica di Sienna Guillory - Jill Valentine in Apocalypse - non c'è più (e ciò è triste :();

3) L'ambientazione sembra fare il verso al futuro Resident Evil 5 anche se qui siamo a Las Vegas, ciò non so perché mi manda in fibrillazione i peli sulle falangi;

4) Le scene d'azione paiono BEN FATTE, non mi aspetto nulla di heroico ma il minimo sindacale in un film del genere è già il massimo per me;

5) E' pieno di fottutissimi corvi in quello che sembra pure un omaggio a Gli Uccelli. Cosa volete di più? Un tucano? magari c'è anche quello.

Non so voi ma io sbavo.
postato da: federicores alle ore 12:54 | link | commenti
categorie: anticipazioni, videogiochi, cinema usa
martedì, 24 luglio 2007

Welcome to Dongmakgol (Park Gwang-hyun, 2005, Corea del Sud)

dong

L’intuito a volte fa cilecca, altre ci azzecca. Non so se ho appena citato/coniato uno stupido motto popolare, però so che nel caso di Welcome to Dongmakgolil mio intuito nerd cine-filo-coreano c’ha beccato in pieno.

Welcome è un film semplice e bellissimo. O semplicissimamente bello, anche se quest’ultima espressione mi pare riduttiva. Opera prima dell’esordiente Park Gwang-hyun (presentata al Far East Festival 8 di Udine), Welcome favella di avventure milito/rurali e di follie gioiose/incaute, dipinge la vita nella sua follia benefica e splendida da una parte e spietata orribile dall’altra. Più semplicemente, Welcome racconta la guerra di Corea dalla prospettiva di un drappello di soldati appartenenti alle due opposte fazioni, che si ritrovano a condividere un atipicissimo soggiorno presso il villaggio agropastorale di Dongmakgol. Tutto quello che viene dopo, è un vorticare irresistibile di diffidenza, amicizia, ironia, amore, tutto quanto possa sbocciare nel cuore di persone strappate alla follia sanguigna della guerra e gettate nel mezzo di un idillio tanto assurdo quanto incantevole. Persone che un minuto prima volevano farsi la pelle e quello dopo si nutrono di vicendevoli stima e affetto. Persone che avevano l’unica loro forza nella minaccia delle armi sfoderano la potenza della solidarietà umana. Ma anche cose: cose che trasformano una granata innescata in una pioggia di candidi pop corn; cose che mutano la minaccia di un cincghiobestione dispettoso in un succulento convito edificante.

Welcome to Dongmakgol è anche un film colmo d’ironia, che infonde forza miracolosa alla storia e ai suoi significati, comunque universali, cristallini, inevitabilmente struggenti. Come inevitabilmente struggente è il flashback finale, splendido ritratto formale della poetica di questa cinematografia e un rimando a posteriori alla splendida apertura del film: Gang Hye-jung, l’incantevole e bravissima Mido di Oldboy, nei panni della matta(rella) Yeo-il, col suo faccino delizioso e il suo mondo affogato nei sentimenti più dolci. Yeo-il protagonista di una delle scene più toccanti del film, dove per salvarla da una minaccia concreta (che lei non comprende) le si rinfaccia la sua follia. Un gesto che resta per lei senza alcun significato, se non l’unico e doloroso che può comprendere.

Yeo-il, che non solo è un personaggio memorabile ma incarna il senso più intimo di questo grande film. Che la vita sia folle, non è una novità. Che la follia della vita combatta tra la sua parte ripugnante (la guerra) e il suo lato gioioso (Dongmakgol e Yeo-il stessa), in qualche modo già lo si sapeva. Quello che colpisce, è come Park Gwang-hyun racconta l’esito di questa lotta immemore: con la sensibilità e il tocco di un grande cineasta.


dongmakgol
postato da: federicores alle ore 22:15 | link | commenti
categorie: cinema asia

I need your love - Nana (episodio 24)

immagini_titoli

“Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai?â€

Non esplode l’universo, in Nana 24 (andato in onda domenica su MTV alle 19.30). Non esplode l’universo ma qualcosa di ugualmente sfolgorante, dentro il cuoricino della nostra amata e stupidella Hachi. Deflagra quel contrasto che la gente, quando comincia a capire qualcosa della vita e cioè a crescere, si trova a dover attentamente considerare (eufemismo). In altri termini, capisci che è ora di piantarla con l’infantilismo anche se non vuoi, preferiresti crepare piuttosto che crescere.

Be’, insomma, Hachi secondo me ha capito che un po’ è sgualdrina, che forse c’è qualcos’altro nella vita che trombare i belloni alla moda, che è difficile scegliere la via giusta anche se c’è un cartello grosso come una caserma dei pompieri che te la indica.

Takumi è un pezzettino di cacca buono solo ad arrangiare le canzoni altrui (quelle che scrive Ren). È una specie di Satomi ancora più irritante. Nobuo è un bravo guaglione che ha perso la testa per la Nana pazzerella che conosciamo. Yasu non si fa mai i cazzi suoi ma in questa puntata c’entra poco. L’altra Nana, invece… l’altra Nana fa finta di nulla. Dà la sua benedizione ad Hachi quando in realtà vomita sull’immagine dell’amica abbracciata alla merdaccia coi capelli lunghi, ma d’altra parte che dovrebbe fare?

Ma ecco la svolta della puntata: Nobuo prende il coraggio a due mani e confessa ad Hachi il suo amore. Anche lui vittima della credenza circa la superiorità tout court della gente bella/ricca/famosa, parla come un condannato al patibolo (un kamikaze, come dice di sentirsi), convinto di non avere speranze contro il capellone dei Trapnest. E Hachi, invece…

Hachi capisce che sì, pure con un cartello grande come la fiancata del Titanic che ti indica la via, è difficile scegliere. Perché Takumi è tutta la sua vita da adolescente sine cervella più pelle splendida, è l’apoteosi dell’inconsistenza dell’esistere proprio della gente viziata/giovane/scansafatiche, e lei non vorrebbe staccarsene mai. Eppure, mia cara signorina, da qualche parte nel tuo cervello stai cominciando a capire che in fondo non sei cretina, non sei stupida, che la superficialità con cui hai colmato la tua esistenza è soltanto scialba e noiosa. Non vuoi crescere, non vuoi staccarti da Takumi ma stai crescendo, stai capendo che Nobuo vale cento volte di più.

E l’altra Nana, lei canta e se ne va, proprio nel momento in cui Hachi avrebbe tanto bisogno di lei. Ma forse è meglio essere soli in certi momenti, la signorina Ozaki lo sa, perché lei viziata non lo è stata mai…

[Nana va in onda su MTV tutte le domeniche alle sette e mezza di sera, in replica il sabato alle 15]
postato da: federicores alle ore 10:06 | link | commenti (1)
categorie: anime